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Linea di confine
Nell’ultimo libro di Aldo Bonomi, Milano ai tempi delle moltitudini, si sviluppa un interessante affresco di come il territorio metropolitano in cui viviamo è costituto di cinque cerchi. Il cerchio di Cinisello, a cavallo fra la periferia milanese del post fordismo incompiuto e le città figliastre di Milano, è quello della città invisibile. Invisibile poichè le problematiche di emerginazione, neopovertà e devianza non sono visibili agli occhi ed emergono solo quando – per fatti ecclatanti – divengono la mediatica settimana del caso. Questa popolazione è stata espulsa da un territorio, quello di Milano, che non gli dava più la possibilità di sopravvivere nella decenza e che – fra ecopass e consulenze d’oro – non aveva progettato politiche per queste popolazioni disagiate che durassero più del tempo dei flash e delle telecamere (come scordare il tendone refrigerato per gli anziani che è durato solo un giorno?).
Alcune persone scelgono, invece che scendere col proprio livello di vita, di iniziare a collaborare con la criminalità facendo attività di controllo o, ancor peggio, di diventare autentici criminali in prima persona. In questo ultimo esempio rientrano a pieno titolo i giovani che, proveniendo da famiglie povere, scelgono la facile via della criminalità, vista come ricca di opportunità e di basso rischio a quella della legalità. Varcano così una linea di confine personale tra il poveri ma bellini ed i ricchi e potenti. Dove questi ultimi si diventa per le brevi vie criminali.
A contrastare questa linea di confine, praticata sia da italiani che da stranieri, c’è ben poco oltre l’importante attività svolta dalle forze dell’ordine. Ed anche qui a rendere più difficile codesto lavoro è una linea di confine, anch’essa invisibile ai confini conurbati, è manifestata dalle amminstrazioni che giocano a rimbalzo dei problemi, allo scarico degli invisibili al di là del proprio confine. Pensiamo, ad esempio, ai rom: essi sono stati scaricati dal comune di Milano sui territori limitrofi, spostando il problema ma senza risolverlo. Ma l’importante era ottenere il consenso della popolazione che vedeva, in quell’atto, un risarcimento ai propri problemi (“se va male a me, deve andare male anche a loro”, ho sentito dire da un passante). Non si vuole di certo difendere quella parte della popolazione straniera che delinque e che del nomadismo di confine ha fatto la sua linea di sopravvivenza, spostandosi da una parte all’altra della linea in base a quale polizia venisse a fare controlli, ma deve essere chiaro che fin quando si affronteranno i problemi basandosi sulla pulizia del proprio territorio e non guardando ciò che accade poco fuori i propri confini, non si può pensare che la scelta razionale di chi delinque sia quella di farsi beccare. Milano, che ha una vocazione di città metropolitana, non può comportarsi come un disperso paese montano della tranquilla Umbria, ma deve agire e costruire politiche. Politiche che latitano e che emergono solo come vacue parole che la prima pioggia di rabbia cancella a favore della rivolta, della rabbia di uno, della rabbia di tanti, del dolore proprio che diviene violenza. Violenza senza controllo. Violenza al di là di ogni confine. Violenza che a Palazzo Marino non vedono. E su cui alcuni partiti del centrodestra ci campano da decenni. Ma una città che exporta fuori dai suoi confini la delinquenza, invece che risolverla, è degna dell’Expo? C’è solo da augurarsi che il risultato odierno possa spronare Milano ed il suo hinterland ad essere più accorti e saggi, a realizzare pienamente politiche finora assenti o inefficaci.
Andrea Ferrari
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